Tutto quello che leggerete è opera di fantasia. Fatti e nomi sono inventati. Le foto sono photoshoppate. E' tutta una grande fiction, signora. Non c'è niente di vero. Ripeto, E' UN RACCONTO DI FANTASIA.
La vita del writer è diversa da quella che le persone sane di mente immaginano.
Il writing è una grande famiglia dove o vieni presentato o non esisti.
Non meriti rispetto e copriranno le tue firme, crosseranno i tuoi pezzi e te li sfregeranno deridendoti. Non esistono minchiate tipo “graffiti dell'innamorato”, non esistono puttanate stereotipate (e disgustosamente politicizzate) tipo Sprayliz e men che meno eroici writer solitari che di giorno sono degli sportivi colti e raffinati che di notte si trasformano in Batman.
Della politica non ti frega niente.
Del messaggio profondo pure.
L'unica cosa che vuoi è diffondere il tuo nome, avere il rispetto di quelli più grossi di te, finire sulle fanzine e girare il mondo dipingendo coltivando in segreto il sogno, un giorno, di fare il gallerista.
Passi giorni a disegnare e a studiare i pezzi.
Notti a far sopralluoghi, a guardare la sorveglianza, ad imparare le strade, le vie d'accesso e quelle di fuga o a fare trainspotting, cioè star seduto in stazione a guardare i treni passare con sopra i pezzi altrui mentre discuti di stili, impari le tecniche e le correnti, i nomi delle crew eccetera.
Sei intimidito dal numero di persone che lo fanno e si conoscono tutte, vorresti entrare a farne parte e sai che funziona solo per raccomandazione, come la mafia.
Il nostro debutto in società fu nel dicembre del '97.
Emozionati come scolaretti, venimmo a sapere di una grande reunion dei writers nostrani in un locale. Ci presentammo aspettandoci una decina di persone e ci trovammo in mezzo ad un centinaio di persone che non c'entravano un cazzo ma vestivan così perché era di moda arrivando con macchinoni.
Noi eravamo in bici.
Tra questa gente c'erano professionisti, ma erano ben mascherati.
All'entrata, sulle scale, ai tavolini, c'erano queste leggende viventi che per un pugno d'idioti come noi equivaleva a trovarsi davanti un Dio. Conoscevamo le leggende metropolitane su alcuni, storielle su altri, le firme di tutti ed i volti di nessuno.
«Per te quello chi è? »
«Non so. Forse è XXXX »
«Ma no, mi han detto che ha i capelli viola »
«OHMIODDIO, QUELLA E' XXXXXXXX! Gesù! E' sulle riviste di mezza Europa! »
Dot era intimidita da morire.
Vegeta cercava di darsi un tono.
Io ero entusiasta ed ansioso di fare figure di merda.
Alle jam la parola d'ordine era non ti girare.
TUTTI guardano chi c'è e TUTTI fanno finta di non vederti mentre si fanno dire quello chi è – non il nome vero, il tag – e manovrano nell'ombra per conoscerti se sei interessante o se hanno sentito il tuo nome.
Non parli con le mezzeseghe, ma sei ansioso di conoscere quelli grossi.
Niente e nessuno è mai diretto. Si va a rimbalzo. Quindi mentre noi ci deprimevamo perché nessuno ci cagava contemporaneamente una ventina di persone ci puntava facendo due conti e siccome ci davamo da fare in pieno centro, una ci agganciò.
Alta, sui 25, arriva e mette una mano sulla spalla a Dot che come al solito caccia un grido.
«E-e-e-e-eh! »
«Scusa. Voi siete la XXX? »
Lei sbianca, dice di sì.
«Ah, io sono Plasma »
Laura reagisce come deve aver reagito Hitler davanti a Dio, si agita, comincia a sommergerla di complimenti, si tocchigna i capelli e nel complesso dà l'idea di stare per svenire. Nel '97 le donne che dipingevano erano poche, ma quelle poche che c'erano erano leggende.
Noi avevamo davanti quella veneta.
Ci invita ad un tavolo di persone che vediamo stanno discutendo animatamente. Ci incamminiamo mentre Plasma spiega che le piace un tetto che abbiamo fatto, noi ringraziamo con cazzo durissimo.
Al tavolo ci aspettavamo un rito d'iniziazione, mentre ci furono strette di mano sommarie in un clima d'indifferenza generale e con le voci coperte dalla musica, per poi tornare a parlare come niente fosse del tema principale.
«Venezia xe tera brusada »
«Restano Marghera o le periferiche »
«Marghera non xè nostra e no go voja de parlar cò gli st'altri coioni»
«Eora semo ciavai »
Silenzio.
Plasma ci spiega che stanno parlando di depositi.
«Scusate, ma perché non si può più dipingere a Venezia? » domando.
«Cani » risponde uno senza manco guardarci.
Il deposito treni è una religione.
Una donna noiosa e rompicoglioni che però è l'unica che te la cala. Non è che un giorno ti gira e ci vai a fare una scopatina, c'è tutto un corteggiamento. Ci sono priorità, gerarchie, permessi da chiedere. Uno non può andarci quando gli pare e magari far scattare la sorveglianza mentre ci sono degli altri. Non si può esagerare e serve farlo riposare, altrimenti la polfer incrementa la sorveglianza e mette il nemico giurato dei writers, ovvero i cani.
I cani fottono i depositi.
A lungo, lunghissimo termine.
Non esistono bistecche, sonniferi o minchiate del genere. Se c'è il cane tu non vai. Quello di Venezia è andato a puttana non per le zoccole o gli spacciatori, ma perché uno stronzo per fare il figo si fece fare un'intervista mentre dipingeva. Il giorno dopo c'erano pastori tedeschi praticamente ovunque e per cinque anni non si mossero.
Era appena successo.
«Quindi non è più di nessuno, quel deposito? »
Si girano a guardarci.
«No, è della polfer » chiude la frase bestemmiando.
Sul tavolo mostra una cartina ferroviaria.
Ci sono indicate le posizioni dei cani, del dopolavoro ferroviario (che è dove stavano i prodi tutori dell'ordine) e gli ingressi. Quella cartina valeva oro, al tempo in cui non esisteva Google Map o Internet. Ora è possibile vederla dal satellite (qui in grande),

in Virtual Reality,

dalle telecamere interne,

o contando su qualche stronzo (che c'è sempre) che ti fa il favore di fotografarla da ogni angolo possibile ed immaginabile perché è a Venezia e si sente esaltato.

e questo è un culo, si sa mai.

La serata prosegue.
Si scambiano bozzetti, si mostrano foto, si parla e ci si conosce. Alcuni se la tiravano con diritto, altri meno, altri umili, tutti con disegni, bozzetti e racconti da sbavo. Ci sentivamo eccitati come non mai, e come sempre in queste occasioni prendemmo una decisione che ci costò caro.
Mi rendo conto questo post sia lungo (e palloso), ma è indispensabile per spiegarvi cosa ci spinse a fare una tra le cose più stupide della nostra vita e ad assistere alla più incredibile, perchè forse è vero che il militare crea legami indissolubili tra le persone, ma anche farsi salvare la vita non è male.
Un eroe non è tale perché è uno sborone che non c'ha paura di un cazzo. Un eroe è un eroe quando, ad istinto, nonostante la paura, mette a repentaglio la sua incolumità per salvare quella altrui.
Prossimamente TANA LIBERA TUTTI.
Ma con calma che domani è Redentore e qui a Venezia è meglio del capodanno.